Voce di Dio

Partitura teatrale delle prediche di Girolamo Savonarola

 

 
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"VOCE DI DIO" è uno spettacolo inedito e particolare, di forte impatto teatrale. Alla sua base sta forse il concetto stesso di teatro, inteso come evento di comunicazione diretta, immediata, non filtrata. Un attore ed un testo. Un testo vibrante, concepito da Girolamo Savonarola per convincere, confutare, discutere, intimorire, rinsaldare. Insomma, testi concepiti per farsi portatori di un messaggio chiaro, potente, decisamente libero da ogni mezzo termine. E così è lo spettacolo che ne nasce. Uno spettacolo che si affida a Massimo Wertmuller per confermare quanto sia semplice fare teatro soltanto con la forza di un interprete e con la potenza di un testo. Wertmuller, accompagnato da incisivi interventi musicali, risuscita la grande urgenza e la profonda vis polemica di un predicatore agguerrito e irriducibile, mentre le voci complementari del Popolo e della Chiesa contribuiscono a ricreare la tensione infuocata che circondava le prediche. Ne esce uno spettacolo niente affatto archeologico. Nessuna intenzione di riproporre la verità storica del personaggio Savonarola. Anzi: qui tutto è universale, moderno, incredibilmente attuale. Un Savonarola che parla la lingua del Terzo Millennio, saltando fuori dai libri di storia e dalle teche dei musei. Attualizzazione? Per niente: soltanto il potere del teatro e l'eternità di un messaggio che non passa. La partitura di Wertmuller è varia e articolata, capace di regalare momenti di spessore emotivo diversissimo: dall'accusa tonante contro i malcostumi ecclesiastici alla intima disperazione della ricerca spirituale, dalla rabbiosa requisitoria contro il potere delle dittature fino alla drammatica estrema lotta contro le congiure che lo porteranno alla morte. "VOCE DI DIO" è nato nel 2002 a Firenze, come evoluzione in forma scenica di un ampio progetto sulle prediche di Savonarola (curato da Stefano Massini insieme a Massimo Wertmuller, Franco Castellano e Massimo Venturiello). Da allora è stato applaudito a più riprese in contesti diversi, dal Festival Medievale di Anagni alla prestigiosa platea di Parigi, dove è stato fortemente voluto da Guido Davico Bonino. A dirigere Wertmuller è il regista toscano Stefano Massini, formatosi alla scuola di Ronconi e Costa e ultimamente reso noto da un'edizione del "Diario di Anne Frank" applaudita nei maggiori teatri stabili italiani. La drammaturgia è invece curata in collaborazione con Emiliano Schmidt Fiori, collaboratore a Parigi di un grande maestro come Jean Claude Carrière.

COSI' LA CRITICA

"…davvero una serata da ricordare: Massimo Wertmuller ha offerto una prova d'attore di grande qualità e alto livello. In uno spettacolo mai banale e ben costruito sotto la guida di Stefano Massini, Wertmuller ha interpretato la predica con rilievo e appassionata energia creando un vero personaggio teatrale, un Savonarola vivo e vigoroso, alle cui parole ha saputo dare tutta la violenza folgorante di un ammonimento ultimativo, tonante e rabbioso…"
(F.Tei, La Nazione)

"…in scena è una grande predica politica, nella quale Savonarola si scaglia con sorprendente modernità contro l'abominio della dittatura"
(R.Incerti, La Repubblica)

"…Savonarola rivive, a 550 anni dalla nascita, attuale e sferzante come non mai. Rivive grazie alla regia di Stefano Massini, reduce dal grande trionfo di Anne Frank, e grazie alla presenza di un grande interprete…"
(P.Pellegrini, Quotidiano Nazionale)

"…è un vero evento teatrale quello dedicato alle prediche del Savonarola a 550 anni dalla sua nascita. Regista e orchestratore è Stefano Massini, che ormai ha abituato il pubblico ad eventi di grande portata…"
(M.Iannuzzi, Il Giornale)

 

NOTE DI REGIA
di Stefano Massini

Il lavoro espressivo condotto sui sermoni di Girolamo Savonarola trova le sue radici nella ricerca che da tempo conduco sulle potenzialità radicali del linguaggio teatrale inteso come vettore di immagini. Mi interessa andare oltre la messinscena di testi nati e concepiti per la canonica restituzione teatrale: preferisco indagare le complesse dinamiche che possono condurre alla legittimazione scenica di opere diverse, la cui ordinaria fruizione non comporta alcun rapporto con il palcoscenico. Beninteso: non si tratta di affrontare una semplice operazione di adattamento o riduzione (il che significherebbe conferire una veste drammatica esclusivamente agli aspetti epidermici di un testo, ad esempio alla fabula), bensì di concepire una possibile sintesi teatrale che restituisca il nucleo essenziale dell'opera, la sua vocazione profonda, il suo codice genetico. Si scopre allora che la genesi di ogni testo - fondandosi comunque sull'urgenza espressiva di un istinto di comunicazione - non può che appartenere al teatro, inteso come momento di passaggio e condivisione di segni: in altre parole non cerco di portare un testo in teatro, quanto piuttosto di riscoprire il teatro in fondo ad ogni testo. La regia approntata sulle prediche del Savonarola è stata in questo senso emblematica, se si considera che il primo impatto con questi testi ne esalta la dimensione dottrinale e teologica, distribuita su una struttura argomentativa ampia e dilatata non scevra di una paludata letterarietà. La sfida sta nel fatto che sotto quell'involucro si nasconde una linfa perfettamente teatrale, la linfa della dialettica, della persuasione, del rapporto immediato e diretto tra il predicatore e l'ecclesia, la linfa della soluzione estemporanea che sostituisce il respiro largo della pagina letteraria. La ricerca di questo substrato dialettico ha costituito l'intima ragione d'essere di un lavoro teatrale sui sermoni, la cui potenza comunicativa può emergere solo a condizione di consapevolizzare l'interprete della reciproca dimensione interlocutoria in cui il testo affonda le radici: la persuasione si fonda sull'istante, la verifica è immediata, la costruzione dell'edificio retorico è una giustapposizione di segmenti argomentativi autonomi e di viva coesione drammatica.

 

LE PREDICHE DEL SAVONAROLA:
DALLA CONTESTUALIZZAZIONE A QUALCHE IPOTESI DI REGIA

di Stefano Massini

Sul fastoso sfondo delle oligarchie signorili - sospese tra aulici cantori di corte e terrigne truppe mercenarie - in un'epoca storicamente segnata dall'abissale divario tra popolo e potere (la nebbia folta tra piazza e palazzo di cui parla il Guicciardini) le prediche di Girolamo Savonarola assumono ai miei occhi una portata eccezionale. Tra il 1490 e il 1498 la voce dell'indomito frate ferrarese seppe risuonare ben oltre le navate ecclesiastiche fiorentine, innestando cambiamenti epocali, smuovendo masse di popolo, costringendo al confronto diretto le più alte caste del potere. Mentre enormi gradinate di legno venivano erette in chiesa per alloggiare folle pletoriche e perfino il Gran Sultano si faceva tradurre in turco le prediche quaresimali, le parole roventi di Savonarola spalancavano i portoni dei massimi palazzi signorili, irrompevano nelle corti di Milano, di Ferrara, di Napoli, risuonavano come le trombe dell'Apocalisse sulla lasciva decadenza dei costumi pontifici. Quelle parole lanciate da un pulpito ridonavano legittimità ai canali di una trasmissione orale destinata ad essere letteralmente spazzata via dal progressivo diffondersi della stampa a caratteri mobili. Il fatto che un fenomeno di questa rilevanza sia per sua stessa natura vincolato ad una diffusione orale, ad una scelta di toni espressivi, ad un personaggio che in un certo qual modo - pur nei limiti di una liturgia - "agisce" in presenza di un "pubblico" non può non attirare l'attenzione di chi si occupa di teatro. L'argomento per altro non è nuovo, ma costituisce senza dubbio un irrinunciabile punto di partenza per chiunque si accosti ai sermoni del Savonarola o, in generale, allo sterminato repertorio predicativo. Eppure il profilo straordinario di un evento comunicativo di questa portata non basta a descrivere il valore eccezionale di una predicazione che doveva ottenere risultati del tutto inattesi nella risposta univoca di una società complessa e articolata come quella fiorentina. E' vero che non può non sorprendere come la Firenze del Quattrocento - indiscussa capitale dell'Umanesimo italiano, ricettacolo di brillanti geni letterari come Poliziano e Pulci, patria di quel Magnifico che dopo Lodi seppe rivelarsi scaltro mallevadore di sottili equilibri di pace - si sia dovuta affidare alla concreta determinazione di un frate domenicano per affermare nei fatti quella "florentina libertas" tanto sbandierata nella trattatistica politica da apparire quasi specifico appannaggio dell'intellighenzia laica: a Firenze, grazie al Savonarola, l'istituzione ecclesiastica direttamente figlia della cattività avignonese e delle sue degenerazioni seppe guadagnarsi un ruolo di primo piano nel far proprie le tendenze antitiranniche propagate da anni di umanesimo civile. Viene quasi da pensare che un clero più sensibile agli argomenti disaminati da Savonarola e più attento alla nuova spiritualità espressa ad esempio da un Erasmo da Rotterdam, avrebbe condotto l'Europa cristiana in lande ben lontane dalle sanguinose laceranti ferite aperte di lì a poco dalla Riforma. Ad ogni modo il punto non è ancora questo. Sorrette dalla rinnovata fiducia umanistica nelle risorse sterminate dell'esegesi biblica, le prediche del Savonarola mi raccontano innanzitutto l'ostinata ricerca di un rapporto con l'Assoluto in un'epoca storicamente segnata dalla riscoperta dell'Uomo al centro dell'universo. Sullo sfondo di una Natura che non si accetta come "ancilla dei" e si affida alle giovani scienze di Leonardo (per uscire trasfigurata dalle mani di Copernico), sulla scia dell'ingorda ansia di conoscenza di un Cusano o di Pico della Mirandola, Savonarola intuisce nell'uomo rinascimentale una fiera consapevolezza dei propri talenti, cui fa seguito la necessità di un dialogo nuovo con Dio, di un moderno modello di conversione: in un'epoca di grandi creazioni artistiche, scoperte tecniche e speculazioni teoretiche, l'Uomo di Savonarola non è più l'inerme pedina del piano divino umiliata dal Medioevo scolastico, ma assume finalmente la libertà e l'autodeterminazione delineata da Giannozzo Manetti o da Leon Battista Alberti. In particolar modo il fedele cui Savonarola si rivolge non può essere soltanto "creatura", ma rivendica di diritto un ruolo attivo di creatore ed una responsabilità decisionale nel proprio contesto politico, preconizzando quella complessa dimensione morale del cristianesimo destinata a trionfare nella visione di Erasmo. Contro il carnevale epicureo di un nuovo diffuso ateismo e a fronte dei solenni alibi cerimoniali di una Sodoma pontificia decadente e secolarizzata, Savonarola non cede alla tentazione di ascetici romitaggi né indica la strada di rinunciatari straniamenti mistici, bensì ribadisce con convinzione il fondamentale momento etico del messaggio cristiano, la sua implicita vocazione di stimolo alle coscienze contro ogni passività sociale. Nel Quattrocento delle corti, dei cenacoli, dei circoli e delle Accademie un simile appello alla responsabilizzazione sociale assume ai miei occhi una portata fantasticamente eversiva, a confronto della quale l'accusa di eterodossia formulata da Alessandro VI appare davvero inconsistente. Mentre ancora risuona l'eco delle accuse di Leonardo Bruni al vacuo istrionismo dei frati predicatori, Savonarola scopre dal pulpito la straordinaria potenzialità pedagogica di architetture argomentative essenziali e proporzionate, in nome delle quali ripudia la retorica nella stessa misura in cui le armonie del Brunelleschi rifiutano l'enfasi tardogotica. Erede, ad un tempo, delle cristalline ingegnerie deduttive di Tommaso d'Aquino e delle audaci istanze riformatrici di Lorenzo Valla, Savonarola presta voce con scaltra perizia alle diverse anime di un Quattrocento ricco e premonitore, i cui riflessi animano le prediche sposando il vivo espressionismo di Cosmé Tura all'acume prospettico di Piero della Francesca, la visionarietà icastica del Boiardo al concreto pragmatismo di Machiavelli, l'eterea trascendenza dei neoplatonici ai salaci strali polemici di tanta scapigliatura coeva. Ecco allora che il lavoro espressivo sulla prediche di Savonarola diviene caleidoscopica inchiesta su una parola mistica e materica, criptica e divinatrice, capace di aerei squarci poetici come di ruvide asprezze quaresimali, nella potente urgenza di un patto comunicativo che è già, di per sé stesso, teatro.